Ho migrato il mio server

Dal 2013 ho un mio piccolo server su Digital Ocean, un VPS configurato con Ubuntu 13.04 x32 e su cui negli anni mi sono divertito a pasticciare un po’. Avendo interrotto il mio lavoro come sviluppatore è stato un bel modo per tenere le mani in pasta su un terminale e scontarmi con i mille problemi sistemistici nel gestire un server. La verità è che tutto è iniziato per far girare il mio blog omote con Ghost, un piccolo CMS basato su Node.js che avevo sostenuto su Kickstarter.

Ovviamente ogni volta che entravo nel server, magari a distanza di settimane, per cercare di fare qualcosa… un semplice update o installare un nuovo servizio… mi ritrovano a perdere ore e ore nel debug dei problemi più disparati. L’ultimo è stato scoprire che Node.js ha deprecato il supporto per le macchine 32 bit, cosa che sembrava avrebbe fatto anche Ubuntu.

TL;DR non c’è un modo facile per passare da un’architettura 32 bit a una 64 bit, quindi ho improvvisato una migrazione del mio server ad un nuovo VPS 😱.

Come tutte le cose che riguardano il mio VPS faccio le cose un po’ a caso, sapendo che tanto online c’è solo il mio sito e per il resto esperimenti. Ecco una lista di risorse fatte bene che ho seguito solo parzialmente:

Di fatto ho spostato: i server MySQL, la configurazione di nginx e i certificati di letsencrypt, la mia cartella /var/www, gli utenti e i loro permessi. Problemi vari che ho avuto: far funzionare scp per spostare le cose, configurare phpmyadmin (che seguendo il tutorial mi ero chiuso fuori :P), far funzionare la configurazione di nginx, gli utenti e i permessi, aggiorare ghost. Nel frattempo ho imparato un sacco di cosette, ad esempio come smetterla di freezare la mia connessione SSH, che è un problema che ho da anni e non ho mai pensato di risolvere. Oppure come rendere più sicuro l’acceso a phpmyadmin.

L’ultima cosa fatta ieri prima di andare a dormire è stato aggiornare i DNS di bonano.me per farli puntare correttamente. Clamorosamente sembra funzionare tutto 😅.

Terrò in piedi il vecchio VPS per sicurezza ancora qualche settimana poi penso lo farò esplodere virtualmente. Anche perchè guardando tutti i servizi che avevo attivi sul nuovo server, sono sicuro che qualcosa l’ho dimenticato.

Riflessioni sulla postazione di lavoro

Da circa un anno lavoro prevalentemente da casa, sì anche prima del lockdown. Non abbiamo una casa grande, quindi il mio “ufficio” è amichevolmente detto “lo stanzino”, ovvero quel piccolo spazio in cui si trovano aspirapolvere, cesta biancheria, ferro da stiro, armadio-ripostiglio, scatoloni-e-borse-che-prima-o-poi-capiamo-dove-mettere. Tecnicamente sono 2x3m di spazio.

Il punto di partenza

La scrivania è la MICKE dell’IKEA, 142×50 cm, mentre la sedia dev’essere fuori produzione, cmq una cosa tipo questa in legno che usiamo per il soggiorno (con un cuscino).

Lavoro praticamente sempre con il portatile 13” e solo recentemente sto usando un iPad come secondo schermo (ho un Mac Book Pro del 2013 e uso Duet App). Di fatto non sviluppo più, quindi non mi servono grandi schermi.

Da anni usavo un classicissimo stand Tiramisu con mouse e tastiera a filo. In marzo, complice uno di quegli articoli del Post sulle cose da acquistare per lo smart working, mi sono comprato:

Il tavolo regolabile, esteso al massimo, mi permette di lavorare anche da in piedi. Non è una cosa che faccio tanto spesso quanto vorrei, ma per il momento va bene così.

Alla ricerca di una sedia

Incredibilmente, nonostante abbia la scogliosi e sia sensibile al tema, nell’ultimo anno non ho avuto particolari problemi alla schiena o posturali in generale. Forse perchè è cambiato leggermente il tipo di lavoro che faccio, oppure per una qualche strana combinazione di fattori ergonomici a me oscuri.

Nonostante tutto, il mio sedere reclama a gran voce una sedia nuova. Così ho iniziato a guardarmi intorno e ho chiesto consigli online. Dalle mie cerchie sono arrivati i seguenti suggerimenti:

Considerazioni preliminari

Dal punto di vista dell’ergonomia le considerazioni dipendono dal vostro corpo, dalle vostre abitudini e dal tipo di lavoro che fate.

La regola dei 90°, per cui gomito e ginocchio dovrebbero disporre braccio e gambe a 90°, dipenderà dalla vostra altezza, da quella della sedie e del tavolo. Quindi per prima cosa armatevi di metro e prendete un po’ di misure per capire quale dovrebbe essere l’altezza ideale. Per farvi un esempio il mio tavolo IKEA Micke è almeno 5cm troppo alto rispetto alla sedia che sto usando. Queste misure vi saranno molto utili nel valutare una sedia (o un tavolo).

L’altra considerazione importante è che la postura è solo una parte del problema. La verità è che l’ideale sarebbe muoversi spesso. Per questo, a seconda del lavoro che fate, potrebbe essere utile avere una sedia o un tavolo che ve lo ricordino. Per questo motivo fit ball o standing desk sono così diffusi.

Le altre considerazioni preliminari riguardano invece il vostro budget e lo spazio. Per una sedia decente potreste andare a spendere dai 150€ ai 1500€ una forbice moooolto ampia. Allo stesso tempo ricordate di valutare le dimensioni della stanza in cui vi trovate e lo spazio che avete a disposizione.

Sedia o tavolo?

Andiamo al sodo: la mia fisioterapista consiglia la Herman Miller Aeron, circa sui 1500€. Ho scoperto che l’ho usata negli ultimi anni in H-Farm, o qualcosa di molto simile. Sedia fantastica ma per me fuori budget. La fisioterapista di Andrea (sviluppatore) consiglia la HÅG Capisco, una sedia che promette cose fantastiche che si riesce a trovare intorno ai 1000€. Mi sono inizialmente innamorato ma da lì sono anche partito a chiedermi se non avessi avuto bisogno di uno standing desk.

La risposta è “sì: avrei bisogno di uno standing desk”. Dopo aver usato un rialzo per il portatile mi sono reso conto che, paradossalmente, non avendo un posto per mouse e tastiera ma usando quelli del portatile, peggioro la condizione di braccia e spalle. Inoltre il Micke dell’IKEA di soli 50cm mi fa sognare qualcosa di almeno 10-20cm più profondo.

Così ho guardato con estremo interesse la linea Jarvis degli stessi produttori della sedia Capisco, e le proposte di https://www.autonomous.ai/. Anche in questi casi si andava parecchio fuori budget. Così sono finito a vedermi questo video carino, da cui mi sono convinto di 2 cose:

  • non avrei comprato la soluzone low budget con la manovella, ad esempio quella IKEA costa solo 199€
  • è possibile comprare solo il frame e aggiungere un pannello superiore a parte

Parliamo del tavolo

Grazie alla segnalazione di Ciro su Facebook, scopro che anche IKEA ha dei tavoli motorizzati (es. linea IDASEN).

Inoltre, ieri ho scoperto un sito fantastico che affronta l’argomento standing desk. Consiglio questi articoli:

Purtroppo il sito è incentrato solo sul mercato americano e il 90% dei modelli citati sono introvabili o non fanno spedizioni internazionali 😦 Però è un ottimo punto di partenza per orientarsi, ad esempio mi ha fatto ripensare completamente allo Smart Desk di Autonomous.ai che viene recensito malissimo sia in termini di qualità del prodotto che, più in generale, di qualità dell’azienda.

L’altra cosa interessante è stata scoprire che la maggior parte dei prodotti (dalla Jarvis di Fully ad UpLift) usa lo stesso frame cinese Jiecang.

Leggendo un po’ mi sono deciso che avrei voluto un tavolo con due motori e 3 colonne per le gambe telescopiche. I due motori mi danno più serenità rispetto alla durevolezza del meccanismo, ho l’impressione che così si sforzi di meno. Le 3 colonne telescopiche non sono solamente legate all’estensione dell’altezza (si passa da 70-120cm a 64-129cm) ma anche ad un maggiore stabilità. Queste riflessioni mi hanno fatto capire che non avrei speso meno di 370€ circa ma mi hanno anche permesso di escludere un sacco di soluzioni low budget a 270€.

Visto il budget ero tentato di prendere IKEA ma ho scoperto che IDASEN (400€) ha un controller troppo semplice (su-giù) senza possibilità di memorizzazione e per il resto si affida ad un’app. Sono stato su Amazon per un po’, indeciso tra le proposte Flexispot e Aimezo. Il resto dei modelli su Amazon li ho esclusi per la difficoltà di trovare informazioni sui produttori o per mancanza di info sulle certificazioni. Alla fine, considerato che a parità di caratteristiche costava 50€ in meno, ho comprato AIMEZO Electric Stand Up Desk Frame w/Dual Motor Altezza Regolabile in Piedi Scrivania Home Office Workstation per 379€.

Ovviamente si parla di prezzi del solo frame e devo ancora scegliere la parte superiore che presumo sarà IKEA.

Vi farò sapere come va, mi spiace ma per le stesse caratteristiche, andando su brand più noti e affidabili, come ad esempio la Jarvis di Fully, si passa a circa 519€. Mi ha convinto sapere che alla fine il telaio è praticamente sempre prodotto in Cina dallo stesso produttore.

Parliamo della sedia

Beh, non ci crederete ma ho cambiato completamente prospettiva sulle mie esigenze. Da una sedia super personalizzabile come la Ergo Chair 2 sono passato a desiderare una sedia senza braccioli. Ed è difficilissimo trovarne una decente! Ho spulciato di tutto su Amazon, che mostra un sacco di proposte di Songmics o altri brand a me sconosciuti.

Non sono certo se voglio o meno dei braccioli, così ho cercato sedie che in qualche modo permettono di rimuoverli facilmente oppure retrarli. Le cose di cui ero sicuro sono:

  • schienale alto
  • possibilità di aggiustare supporto lombare, altezza, supporto per la testa
  • reclinabile ma non troppo
  • tessuto traspirante (in rete o cmq non esageratamente imbottita)

Alla fine è successo che ho preso una sedia IKEA, la JÄRVFJÄLLET e mi sono sentito un 🐔. Perchè l’ho provata in IKEA due settimane fa, nel reparto occasioni, scontata di 50€. E l’ho lasciata lì, perchè ancora non avevo fatto tutte le riflessioni che avete letto fin qui. I braccioli se mai li vorrò si possono aggiungere per 30€. La MARKUS, molto simile, ha meno possibilità di regolazione.

Vi farò sapere.

E gli altri?

Ho accompagnato Nicolò da mia mamma.

Mentre scendevo le scale del condominio mi sono immaginato (non è successo davvero) che le persone iniziassero a socchiudere le porte dei loro appartamenti per inveirmi contro “dove vai! non si deve uscire di casa! deficiente!” e cose così.

In questi giorni sono il primo ad osservare con maggiore attenzione del solito il comportamento degli altri. Ci sono gli integralisti della quarantena, i menefreghisti, quelli in preda al panico, ecc. Insomma, ognuno la affronta a modo suo. Ma credo un po’ tutti stiamo osservando cosa fanno i nostri amici, i nostri vicini o anche solamente i passanti. Sono stato il primo a mostrare il mio disappunto nei confronti di quelli che “vagano” senza meta, entrano nei negozi per comprare una sciocchezza, girano per i parchi senza tuta da ginnastica o si fermano a parlare con l’edicolante.

Così quando tocca a me uscire mi chiedo sempre “è proprio necessario?”.

Oggi ho visto 3 anziani fermi a parlare sul marciapiede. Ho ripensato alla scena che mi sono immaginato sulle scale poco prima e l’ho collegata alle numerose iniziative che leggo sui social. Forse è proprio per via dei social che l’ho immaginata.

All’inizio vedevo qualche timido meme della serie “ora che siete nella stessa condizione di reclusi o migranti, riflettete su come li avete considerati fino a oggi“. Da qualche giorno però nella mia bolla si trovano anche persone che dileggiano chi si trova fuori casa, vengono condivisi video e iniziative che invitano a non uscire di casa con toni molto forti.

C’è di tutto online, ci sono infinità di iniziative meravigliose per il sostegno a distanza di chi è chiuso in casa e ha paura o è annioato. Ma anche, di nuovo, ci trovo la rabbia di chi non può fare a meno di sfogarsi sugli altri. È quella che alimenta la mia immaginazione. E mi fa pensare che ora più che mai dovremmo capire che quella rabbia, quell’odio, non serve a niente.

La cosa più difficile che possiamo fare oggi è empatizzare con le centinaia di situazioni diverse che spingono le persone a uscire di casa e ignorare la quarantena. Ce ne sono di valide e di stupide, dettate dall’ignoranza o dalla necessità. Non dobbiamo necessariamente essere d’accordo con tutte le persone che scelgono di farlo. Ma ricordarci di provare a metterci nei loro panni e capire cosa stanno passando è una lezione importante.

Coronavirus

Fammi buttar giù un po’ di pensieri, finchè sono caldi di pandemia.

Stiamo perdendo il contatto con i nostri calendari, sto ridimensionando il modo di vedere il futuro più vicino. È anche vero che le mie abitudini di vita non sono cambiate tantissimo. Un peccato per la primavera che arriva, ci godremo direttamente l’estate.

La cosa è progredita in maniera strana. Abbiamo passato alcune settimane a osservare cosa succedeva dall’altra parte del mondo. Nel giro di pochi giorno ci siamo ritrovati a dover gestire la stessa epidemia molto vicino casa. Quindi il governo ha iniziato a prendere misure sempre più stringenti.

La mia evoluzione è stata scandita da confronti familiari. Quando tutto chiudeva pensavo comunque si potesse stare in giro ma stando attenti. È successo in meno di dieci giorni che siamo passati da credere di poter andare in giro allo stare (quasi) tutti chiusi in casa.

Online è il delirio, sono tutti online. La mia bolla è esplosa e online ci sono tutti. A fare cose, a comunicare, a condividere.

Io in realtà sto lavorando come prima. Forse un po’ di più ma lo sapevo, mi sono partiti 3 corsi online. La differenza a livello lavorativo sono state 2 settimane di incertezza (“si fa, non si fa, ecc ecc.). E ora tutti i meeting che prima facevo di persona sono online. Diciamo almeno 2-3 meeting la settimana. Questo mercoledì ho fatto esami orali dalle 9 alle 14 e lezione dalle 16 alle 19. Ieri call dalle 9.30 alle 12.00, call dalle 15.00 alle 17.00 e meeting dalle 18.00 alle 20.30. Oggi call dalle 9.30 alle 13.30 e lezione dalle 15.00 alle 18.00. È comodo fare le cose online ma siuramente meno “fluido” che di persona.
Spero sia un’occasione per molte persone per rivalutare culturalmente il “lavoro da casa”, almeno nei miei settori.

Ma il vero dramma è la noia, ovvero chi non ha da lavorare, chi non ha niente da fare. Cacchio.
Per diversi giorni, e anche adesso, faccio fatica a trovare il giusto equilibrio. Ai due estremi si trovano: il panico da apocalisse zombie e la serenità della routine quotidiana. Il mondo sta urlando “preoccupatevi” ma probabilmente voi non morirete. Quindi è dura, durissima, trovare il giusto equilibrio per resettare la quotidianità e affrontare le giornate che stanno arrivando.

E io sono fortunato. Vivo una piccola comunità, abbiamo un giardino con la griglia, la casa condivisa con suoceri, zii, cognati. Al mattino vedo mia mamma che passa mezza giornata con suo nipote.

E poi penso a chi non ha questa fortuna, a chi è solo, a chi non ha una rete sociale che gli permetta di affrontare il panico da apocalisse zombie oppure il menefreghismo ignorante che spinge tante persone a ritrovarsi ancora.

Assembramento è la parola famosa di questo mese.

Quando i grandi leggono ai bambini

A Mestre, vicino al museo M9, c’è una piccola libreria, ricchissima di libri per l’infanzia, che si chiama Il libro con gli stivali.

Gli scaffali sono disposti a labirinto.

L’ho scoperta per caso ma mi sono subito innamorato ❤️, un po’ per la disposizione degli scaffali, un po’ per la quantità e qualità di letteratura per l’infanzia all’interno.

Da quando è arrivato Nicolò ho decisamente trasferito su di lui la mia passione per i libri, leggendogli ogni giorno qualcosa e finendo per accumulare un sacco di libri (dovrei usare di più la biblioteca lo so 😅). Da alcuni mesi ho anche iniziato ad acquistare libri che mi aiutassero a comunicare certi messaggi, ad es. l’arrivo di un fratellino, l’utilizzo del vasino, la scoperta delle emozioni, la gestione della rabbia ecc.

Un paio di settimane fa, scrutando la vetrina della libreria mi sono imbattuto in un libro che consiglio caldamente a tutti coloro che amano la lettura e passano del tempo con bambini: Quando i grandi leggono ai bambini di Angela Dal Gobbo.

Quando i grandi leggono ai bambini (copertina)

Si tratta di una raccolta di testi, raggruppati secondo varie categorie e selezionati assieme al progetto Nati per Leggere. Ogni capitolo è introdotto da una spiegazione del percorso evolutivo del bambino e come certi libri e la lettura assieme possano supportare le varie fasi. Per ciascun libro è presente una scheda dettagliata che offre diversi spunti per comprenderlo e proporlo.

La letteratura per l’infanzia è un universo gigantesco, ci sono cose stupende e cose terribili, cose che sembrano belle e si rivelano brutte e cose che non avreste mai creduto sarebbero state tanto piacevoli da sfogliare assieme. Per questo una guida che aiuti i genitori ad orientarsi mi sembra tanto importante.

Se siete curiosi, sul sito dell’AIB è presente un estratto con l’indice e l’introduzione. Mentre se siete in cerca di consigli rapidi, date un’occhiata a questa lista fatta per i 20 anni di Nati per Leggere.

Make time

Devo ammetterlo: non è che mi interessasse veramente scrivere del ferro da stiro. Certo, mi ha fatto piacere condividere l’esperienza, anche se non sono completamente sicuro di averlo aggiustato.

La verità è che avevo voglia di scrivere qualcosa sul blog, per ricordarmi come si fa. Così ho guardato nel posto in cui tengo le note, perché mi ricordavo che c’era qualcosa di cui volevo scrivere.

Ok, ho scritto fumeti con una sola T

Così inizio a scrivere un post sui fumetti. E mentre lo scrivo non ricordo minimamente di cosa volessi parlare. Mi sono anche seduto davanti alla libreria per sforzarmi di ricordare, ma niente. Vuoto totale. Così lascio perdere e riguardo la nota.

Un. Anno. Fa. A questo punto tanto valeva scrivere del ferro da stiro.

Da un paio d’anni a fare da contrappeso alle enormi gioie della paternità, ci pensa la stanchezza cronica da privazione del sonno. Nel mio caso questo ha portato ad un ridimensionamento dei side projects e allo sviluppo di una sempre maggiore indulgenza nella gestione di pause e “tempi morti”. Che non vuol dire solo “schiaccia un pisolino appena puoi, anche se fuori c’è ancora luce” ma, soprattutto, cose come “me lo merito di spegnere il cervello”. E giù di binge watching, divano, social network. Finché non ho iniziato a notare che il mio rapporto con lo smartphone stava erodendo anche altro tempo, non solo quello del riposo.

Così mi sono installato Moment una di quelle app per monitorare l’uso dello smartphone e provare a darsi delle limitazioni. Ho anche speso ben 4€ per seguire il “phone free bootcamp“, serie di mini-sfide giornaliere per cambiare le proprie abitudini. (nota: sull’onda delle rinnovate attenzioni al tema, l’app è passata ad un modello subscription, per cui non mi sento più di consigliarvela dato che la versione base fa praticamente le stesse cose delle funzioni già integrate nello smartphone… ecco forse se vi interessano i dati di lungo periodo che su iPhone avete solo l’ultima settimana). In effetti grazie al bootcamp ho cambiato alcune piccole cose, come ad esempio sforzarmi di non guardare il cellulare appena prima di andare a dormire o appena sveglio.

Ma la vera svolta nel mio rinnovato amore per il tempo è stato “Make Time: How to Focus on What Matters Every Day” di Jake Knapp e John Zeratsky. Li conoscevo già per SPRINT, un simpatico approccio alla prototipazione rapida sviluppato da Google Ventures, poi questo autunno Valentina mi ha detto che avevano scritto un libro sulla gestione del tempo. La svolta.

Non si tratta di un libro sulla produttività (fai più cose in meno tempo), nè di un libro motivazionale della serie “guarda com’è facile cambiare, fallo anche tu“. L’idea centrale è la possibilità di ri-progettare il proprio tempo per fare spazio alle cose importanti.

Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è l’approccio molto pragmatico dei due autori: per cambiare abitudini la forza di volontà non basta! E chi, come me, inizia la dieta ogni settimana prossima, lo sa bene.

Viviamo in una società basata sulla cultura dell’essere sempre impegnati e sul pezzo (busy bandwagon): controlliamo le mail nel weekend, siamo costantemente reperibili via chat e una nuova notifica va controllata nel più breve tempo possibile. L’altra faccia di questa medaglia consiste in tutte le app ed esperienze progettate per risucchiare il nostro cervello (infinity loop): lo scrolling infinito dei social, il binge watching su Netflix, ecc.

In questo contesto, la proposta è relativamente semplice: trova una cosa importante che vuoi fare, un highlight della giornata (può essere una cosa urgente, oppure che ti darà soddisfazione aver fatto oppure semplicemente che hai ti piace fare); fai spazio nella tua agenda per realizzarlo; elimina le distrazioni e rifletti su com’è andata.

Senza bisogno di cancellarsi da Facebook, vengono proposte una serie di tattiche a seconda delle diverse fasi (highlight, focus, energize, reflect). Quasi sempre la logica è: complicati la vita! Tra le cose che ho implementato c’è un gestore centralizzato per le password, non solo ora posso dimenticarmi tutte le password ma quando uso un servizio online faccio logout. Oppure ho rimosso app per mail e social dallo smartphone, tanto rispondere alle mail dal cellulare è scomodissimo (e comunque continua ad essere uno strumento fantastico per tutto il resto: mappe, messaggi, log di cose, …). La cosa più radicale è una app che mi impedisce di accedere ai social dal lunedì al sabato dalle 8.00 alle 21.00 (con una pausa di 1 ora all’ora di pranzo).

Anche se non sto rivoluzionando la mia vita, né sto applicando al 100% i suggerimenti, alcune cose sono già cambiate. Non solo sono qui a scrivere, ma sono anche tornato a leggere con maggior piacere. A prescindere dai vostri personali problemi di busy bandwagon e infinity loop, che ne abbiate oppure no, sto consigliando molto questo libro per la prospettiva che offre: di immaginarci come progettisti del nostro tempo, non come automobili con il pilota automatico inserito. Alla base c’è l’adozione di un approccio critico a come scegliamo di impiegare il nostro tempo e tanti suggerimenti su come apportare piccoli ma significativi cambiamenti alla nostra quotidianità.

Ho aggiustato il ferro da stiro

Oggi ho riparato il ferro da stiro (spero). È un Rowenta con caldaia, modello DG8520. Su amazon si trova a 140€ circa, al netto dell’eterna offertona Prime che pubblicizza un risparmio del 39% rispetto ai normali acquirenti non-Primeizzati.

Da qualche tempo, mentre era acceso, capitava di sentire un piccolo scoppio e veder fuoriuscire del vapore da sotto la base. Siccome la garanzia era terminata in maggio, prima di Natale l’ho portato in uno di quei minuscoli negozi specializzati nella riparazione di piccoli e grandi elettrodomestici. La scorsa settimana mi chiamano dicendo che avrei dovuto sostituire la scheda elettronica per un costo complessivo di 120€. Tanto valeva comprarlo nuovo.

La cifra però mi ha stupito: anche immaginando un alto costo di riparazione poteva essere possibile che la sola scheda elettronica costasse più della metà dell’intero ferro da stiro?!?! Così, dopo una rapida ricerca, ho scoperto che una scheda nuova costa intorno ai 30€. Invece di discutere con il negozio le sue scelte di margine, ho deciso di riportare a casa il ferro e provare ad aggiustarlo da solo.

Non ho dovuto usare il saldatore o fare altre peripezie elettriche, poiché tutti i cavi hanno dei comodissimi connettori. Ad eccezione della classica vite avanzata alla fine, sembrerebbe essere andato tutto liscio. L’ho tenuto acceso e premuto diverse volte i pulsanti a caso, stando riparato dietro un muro per paura che esplodesse. E non è esploso. Quindi dovrebbe funzionare.

Com’è fatto l’interno di un ferro da stiro con caldaia.

Di app obsolete che contengono bei racconti

Ho rotto l’iPad, per la precisione si è sfracellato il vetro davanti, in realtà l’iPad funziona ancora se qualcuno vuole prenderselo. Aveva 6 anni quindi direi che è stato un ottimo investimento.

Sicuramente negli ultimi 3 anni lo sto usando molto meno, però ormai si tratta di un dispositivo ad uso domestico a cui sono affezionato. Per non parlare di alcuni servizi che praticamente riesco a fruire solo su iPad: ComiXology (che ha un patrimonio di fumetti), Amazon Prime (che non va sul Chromecast e fatico a far girare sul RPI) e poche settimane fa INSIDE (che non è un servizio ma un videogioco molto bello).

Per farla breve mi sono preso il nuovo iPad per sostituire quello vecchio. A proposito appoggio qui questa divertente recensione: “You want an iPad to do iPad things”.

Nel passaggio dal vecchio iPad al nuovo iPad ho scoperto che decine e decine di app non erano più supportate dal nuovo sistema operativo. Si passa da app orribili per la produttività a fantastici videogiochi indie.

La cosa che mi ha fatto fare “AH” e pensare di lasciare qui una nota, è che tra le cose che ho dovuto rimuovere perché impossibile da aprire, c’era Numberlys. Un videogioco, una storia, una animazione realizzata da Moonbot Studios. Che poi sono gli stessi che nel 2012 hanno vinto l’Oscar per la migliore animazione con il corto The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore.

Che l’obsolescenza del software fosse una cosa brutta lo sapevo da tempo, quanti programmi inutilizzabili sulla versione più recente del tal sistema operativo. Quello che mi ha colpito è stato subirla su quello che considero un prodotto artistico. Ok, tralasciamo il fatto che anche i videogiochi sono prodotti artistici. Ma nell’industria del videogioco le tecnologie da supportare sono parte integrante del processo di sviluppo.

Ma chi realizza film, animazioni, libri “aumentati” dalle possibilità della tecnologia, quanto riflette sull’obsolescenza della sua opera? L’app di cui parlo ha 6 anni. È ancora visibile sull’app store. Ma nessuno con un iPad o iPhone recente può vederla.

Per inciso, tutte le app oboslete le ho cancellate, avevo bisogno di spazio. Le ho già pure dimenticate. Conservo il vecchio iPad nell’attesa di donarlo al museo del software obsoleto che gira solo su vecchi tablet. Se continua così non ci vorrà molto.

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Cassette

Oggi mia madre mi ha chiesto di dare un’occhiata ad alcune ceste di cose vecchie che voleva buttare via. Per la precisione ad un borsone pieno di CD e videocassette e una scatola di cassette. Che a ripeterlo ora mi sembra che se non dico “musicassette” non si capisce. All’epoca era invece chiaro: cassette = audio.

Tra le VHS ho trovato una infinità di titoli che “so di averlo visto ma non lo trovo”. Una parte di questi sono del periodo Anime giapponesi: Una tomba per le lucciole (Isao Takahata) e Perfect Blue (Satoshi Kon) andai a comprarli da Alessandro Editore a Bologna, in un’epoca in cui ero le fumetterie a Padova mi lasciavano completamente insoddisfatto. Altri sono registrati da Fuori orario quando lo streaming ce lo sognavamo ed ero ingordo di cinema, prevalentemente giapponese. I più recenti sono invece del periodo in cui, a seguito dell’introduzione del digital terrestre, mantenni in vita un piccolo televisore da cucina collegandoci il videoregistratore.

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Mi sento parte di una generazione strana, ho vissuto e ricordo bene l’epoca pre-internet e ora uso con disinvoltura Netflix e Spotify. Fino a poco meno di vent’anni fa l’audio e il video avevano bisogno di supporti dedicati.

I CD nemmeno li ho fotografati, invece qui sotto ecco una rappresentazione di quanto ascoltavo da adolescente. Siamo alla fine degli anni ’90 e ogni cassetta veniva descritta e decorata meticolosamente. Punk, Oi!, Ska… è rimasto fuori qualcosa ma direi che dai 15 ai 19 anni ho ascoltato praticamente solo queste cose qui.

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E quando mi facevo la doccia, in bagno attaccavo questo a tutto volume. L’ho anche portato in piscina una volta, funzionava con 5 batterie grosse. Il mio ghetto blaster personale che ha suonato dai Nirvana agli Operation Ivy. Si poteva anche registrare.

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Robe che trovi su Netflix

Già pensavo di avere poco tempo prima, figuriamoci adesso. Ad ogni modo, anche Netflix ci si mette, con il suo catalogo sempre fresco e ricco di proposte.

Non stupiamoci quindi se il tempo speso a cercare “roba buona” da guardare è poco. E quando trovi la roba giusta magari non hai voglia.

Ad ogni modo scrollando le paginate proposte sono capitato su un paio di titoli che mi hanno incuriosito e mi sono ricordato che non molti anni fa era mia abitudine provare a recuperare i vincitori del Sitges Film Festival.

Al Sitges hanno preso solo premi minori, ma ci sono passati, e potete trovarli anche su Netflix:

L’incidente (2014) di Isaac Ezban: storie parallele di gente incastrata in un loop temporale. Sarà che non capisco il messicano ma non mi pare recitato così bene, oppure avrei da ridire su qualche dialogo. Nel complesso però è godibile. Non fosse solo pensando alla quantità di cose brutte che si possono infilare nella categoria “loop temporale” a cui evidentemente film come Primer non ha insegnato nulla.

I simili (2015) di Isaac Ezban: un film matto matto, anche per questo ripeto il commento precedente su recitazione/dialoghi. Però, oltre alla storia matta matta, ho apprezzato tono e colori della pellicola, è stato veramente un salto nel passato. Ad un certo punto ho creduto di rivedere i film di Teshigahara.

The Final Girls (2015) di Todd Strauss-Schulson: e fatevele quattro risate ogni tanto. Bella parodia del genere “horror ignorante” con alcune chicche a livello di inquadrature ed effetti speciali. Da gustare con i pop-corn e in compagnia.

p.s. sempre su Netflix qualche mese fa ero capitato anche su http://www.imdb.com/title/tt5710514/ e http://www.imdb.com/title/tt3850214/
Assai meritevoli 🙂