Make time

Devo ammetterlo: non è che mi interessasse veramente scrivere del ferro da stiro. Certo, mi ha fatto piacere condividere l’esperienza, anche se non sono completamente sicuro di averlo aggiustato.

La verità è che avevo voglia di scrivere qualcosa sul blog, per ricordarmi come si fa. Così ho guardato nel posto in cui tengo le note, perché mi ricordavo che c’era qualcosa di cui volevo scrivere.

Ok, ho scritto fumeti con una sola T

Così inizio a scrivere un post sui fumetti. E mentre lo scrivo non ricordo minimamente di cosa volessi parlare. Mi sono anche seduto davanti alla libreria per sforzarmi di ricordare, ma niente. Vuoto totale. Così lascio perdere e riguardo la nota.

Un. Anno. Fa. A questo punto tanto valeva scrivere del ferro da stiro.

Da un paio d’anni a fare da contrappeso alle enormi gioie della paternità, ci pensa la stanchezza cronica da privazione del sonno. Nel mio caso questo ha portato ad un ridimensionamento dei side projects e allo sviluppo di una sempre maggiore indulgenza nella gestione di pause e “tempi morti”. Che non vuol dire solo “schiaccia un pisolino appena puoi, anche se fuori c’è ancora luce” ma, soprattutto, cose come “me lo merito di spegnere il cervello”. E giù di binge watching, divano, social network. Finché non ho iniziato a notare che il mio rapporto con lo smartphone stava erodendo anche altro tempo, non solo quello del riposo.

Così mi sono installato Moment una di quelle app per monitorare l’uso dello smartphone e provare a darsi delle limitazioni. Ho anche speso ben 4€ per seguire il “phone free bootcamp“, serie di mini-sfide giornaliere per cambiare le proprie abitudini. (nota: sull’onda delle rinnovate attenzioni al tema, l’app è passata ad un modello subscription, per cui non mi sento più di consigliarvela dato che la versione base fa praticamente le stesse cose delle funzioni già integrate nello smartphone… ecco forse se vi interessano i dati di lungo periodo che su iPhone avete solo l’ultima settimana). In effetti grazie al bootcamp ho cambiato alcune piccole cose, come ad esempio sforzarmi di non guardare il cellulare appena prima di andare a dormire o appena sveglio.

Ma la vera svolta nel mio rinnovato amore per il tempo è stato “Make Time: How to Focus on What Matters Every Day” di Jake Knapp e John Zeratsky. Li conoscevo già per SPRINT, un simpatico approccio alla prototipazione rapida sviluppato da Google Ventures, poi questo autunno Valentina mi ha detto che avevano scritto un libro sulla gestione del tempo. La svolta.

Non si tratta di un libro sulla produttività (fai più cose in meno tempo), nè di un libro motivazionale della serie “guarda com’è facile cambiare, fallo anche tu“. L’idea centrale è la possibilità di ri-progettare il proprio tempo per fare spazio alle cose importanti.

Una delle cose che ho apprezzato maggiormente è l’approccio molto pragmatico dei due autori: per cambiare abitudini la forza di volontà non basta! E chi, come me, inizia la dieta ogni settimana prossima, lo sa bene.

Viviamo in una società basata sulla cultura dell’essere sempre impegnati e sul pezzo (busy bandwagon): controlliamo le mail nel weekend, siamo costantemente reperibili via chat e una nuova notifica va controllata nel più breve tempo possibile. L’altra faccia di questa medaglia consiste in tutte le app ed esperienze progettate per risucchiare il nostro cervello (infinity loop): lo scrolling infinito dei social, il binge watching su Netflix, ecc.

In questo contesto, la proposta è relativamente semplice: trova una cosa importante che vuoi fare, un highlight della giornata (può essere una cosa urgente, oppure che ti darà soddisfazione aver fatto oppure semplicemente che hai ti piace fare); fai spazio nella tua agenda per realizzarlo; elimina le distrazioni e rifletti su com’è andata.

Senza bisogno di cancellarsi da Facebook, vengono proposte una serie di tattiche a seconda delle diverse fasi (highlight, focus, energize, reflect). Quasi sempre la logica è: complicati la vita! Tra le cose che ho implementato c’è un gestore centralizzato per le password, non solo ora posso dimenticarmi tutte le password ma quando uso un servizio online faccio logout. Oppure ho rimosso app per mail e social dallo smartphone, tanto rispondere alle mail dal cellulare è scomodissimo (e comunque continua ad essere uno strumento fantastico per tutto il resto: mappe, messaggi, log di cose, …). La cosa più radicale è una app che mi impedisce di accedere ai social dal lunedì al sabato dalle 8.00 alle 21.00 (con una pausa di 1 ora all’ora di pranzo).

Anche se non sto rivoluzionando la mia vita, né sto applicando al 100% i suggerimenti, alcune cose sono già cambiate. Non solo sono qui a scrivere, ma sono anche tornato a leggere con maggior piacere. A prescindere dai vostri personali problemi di busy bandwagon e infinity loop, che ne abbiate oppure no, sto consigliando molto questo libro per la prospettiva che offre: di immaginarci come progettisti del nostro tempo, non come automobili con il pilota automatico inserito. Alla base c’è l’adozione di un approccio critico a come scegliamo di impiegare il nostro tempo e tanti suggerimenti su come apportare piccoli ma significativi cambiamenti alla nostra quotidianità.

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Ho aggiustato il ferro da stiro

Oggi ho riparato il ferro da stiro (spero). È un Rowenta con caldaia, modello DG8520. Su amazon si trova a 140€ circa, al netto dell’eterna offertona Prime che pubblicizza un risparmio del 39% rispetto ai normali acquirenti non-Primeizzati.

Da qualche tempo, mentre era acceso, capitava di sentire un piccolo scoppio e veder fuoriuscire del vapore da sotto la base. Siccome la garanzia era terminata in maggio, prima di Natale l’ho portato in uno di quei minuscoli negozi specializzati nella riparazione di piccoli e grandi elettrodomestici. La scorsa settimana mi chiamano dicendo che avrei dovuto sostituire la scheda elettronica per un costo complessivo di 120€. Tanto valeva comprarlo nuovo.

La cifra però mi ha stupito: anche immaginando un alto costo di riparazione poteva essere possibile che la sola scheda elettronica costasse più della metà dell’intero ferro da stiro?!?! Così, dopo una rapida ricerca, ho scoperto che una scheda nuova costa intorno ai 30€. Invece di discutere con il negozio le sue scelte di margine, ho deciso di riportare a casa il ferro e provare ad aggiustarlo da solo.

Non ho dovuto usare il saldatore o fare altre peripezie elettriche, poiché tutti i cavi hanno dei comodissimi connettori. Ad eccezione della classica vite avanzata alla fine, sembrerebbe essere andato tutto liscio. L’ho tenuto acceso e premuto diverse volte i pulsanti a caso, stando riparato dietro un muro per paura che esplodesse. E non è esploso. Quindi dovrebbe funzionare.

Com’è fatto l’interno di un ferro da stiro con caldaia.

Di app obsolete che contengono bei racconti

Ho rotto l’iPad, per la precisione si è sfracellato il vetro davanti, in realtà l’iPad funziona ancora se qualcuno vuole prenderselo. Aveva 6 anni quindi direi che è stato un ottimo investimento.

Sicuramente negli ultimi 3 anni lo sto usando molto meno, però ormai si tratta di un dispositivo ad uso domestico a cui sono affezionato. Per non parlare di alcuni servizi che praticamente riesco a fruire solo su iPad: ComiXology (che ha un patrimonio di fumetti), Amazon Prime (che non va sul Chromecast e fatico a far girare sul RPI) e poche settimane fa INSIDE (che non è un servizio ma un videogioco molto bello).

Per farla breve mi sono preso il nuovo iPad per sostituire quello vecchio. A proposito appoggio qui questa divertente recensione: “You want an iPad to do iPad things”.

Nel passaggio dal vecchio iPad al nuovo iPad ho scoperto che decine e decine di app non erano più supportate dal nuovo sistema operativo. Si passa da app orribili per la produttività a fantastici videogiochi indie.

La cosa che mi ha fatto fare “AH” e pensare di lasciare qui una nota, è che tra le cose che ho dovuto rimuovere perché impossibile da aprire, c’era Numberlys. Un videogioco, una storia, una animazione realizzata da Moonbot Studios. Che poi sono gli stessi che nel 2012 hanno vinto l’Oscar per la migliore animazione con il corto The Fantastic Flying Books of Mr. Morris Lessmore.

Che l’obsolescenza del software fosse una cosa brutta lo sapevo da tempo, quanti programmi inutilizzabili sulla versione più recente del tal sistema operativo. Quello che mi ha colpito è stato subirla su quello che considero un prodotto artistico. Ok, tralasciamo il fatto che anche i videogiochi sono prodotti artistici. Ma nell’industria del videogioco le tecnologie da supportare sono parte integrante del processo di sviluppo.

Ma chi realizza film, animazioni, libri “aumentati” dalle possibilità della tecnologia, quanto riflette sull’obsolescenza della sua opera? L’app di cui parlo ha 6 anni. È ancora visibile sull’app store. Ma nessuno con un iPad o iPhone recente può vederla.

Per inciso, tutte le app oboslete le ho cancellate, avevo bisogno di spazio. Le ho già pure dimenticate. Conservo il vecchio iPad nell’attesa di donarlo al museo del software obsoleto che gira solo su vecchi tablet. Se continua così non ci vorrà molto.

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Cassette

Oggi mia madre mi ha chiesto di dare un’occhiata ad alcune ceste di cose vecchie che voleva buttare via. Per la precisione ad un borsone pieno di CD e videocassette e una scatola di cassette. Che a ripeterlo ora mi sembra che se non dico “musicassette” non si capisce. All’epoca era invece chiaro: cassette = audio.

Tra le VHS ho trovato una infinità di titoli che “so di averlo visto ma non lo trovo”. Una parte di questi sono del periodo Anime giapponesi: Una tomba per le lucciole (Isao Takahata) e Perfect Blue (Satoshi Kon) andai a comprarli da Alessandro Editore a Bologna, in un’epoca in cui ero le fumetterie a Padova mi lasciavano completamente insoddisfatto. Altri sono registrati da Fuori orario quando lo streaming ce lo sognavamo ed ero ingordo di cinema, prevalentemente giapponese. I più recenti sono invece del periodo in cui, a seguito dell’introduzione del digital terrestre, mantenni in vita un piccolo televisore da cucina collegandoci il videoregistratore.

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Mi sento parte di una generazione strana, ho vissuto e ricordo bene l’epoca pre-internet e ora uso con disinvoltura Netflix e Spotify. Fino a poco meno di vent’anni fa l’audio e il video avevano bisogno di supporti dedicati.

I CD nemmeno li ho fotografati, invece qui sotto ecco una rappresentazione di quanto ascoltavo da adolescente. Siamo alla fine degli anni ’90 e ogni cassetta veniva descritta e decorata meticolosamente. Punk, Oi!, Ska… è rimasto fuori qualcosa ma direi che dai 15 ai 19 anni ho ascoltato praticamente solo queste cose qui.

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E quando mi facevo la doccia, in bagno attaccavo questo a tutto volume. L’ho anche portato in piscina una volta, funzionava con 5 batterie grosse. Il mio ghetto blaster personale che ha suonato dai Nirvana agli Operation Ivy. Si poteva anche registrare.

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Robe che trovi su Netflix

Già pensavo di avere poco tempo prima, figuriamoci adesso. Ad ogni modo, anche Netflix ci si mette, con il suo catalogo sempre fresco e ricco di proposte.

Non stupiamoci quindi se il tempo speso a cercare “roba buona” da guardare è poco. E quando trovi la roba giusta magari non hai voglia.

Ad ogni modo scrollando le paginate proposte sono capitato su un paio di titoli che mi hanno incuriosito e mi sono ricordato che non molti anni fa era mia abitudine provare a recuperare i vincitori del Sitges Film Festival.

Al Sitges hanno preso solo premi minori, ma ci sono passati, e potete trovarli anche su Netflix:

L’incidente (2014) di Isaac Ezban: storie parallele di gente incastrata in un loop temporale. Sarà che non capisco il messicano ma non mi pare recitato così bene, oppure avrei da ridire su qualche dialogo. Nel complesso però è godibile. Non fosse solo pensando alla quantità di cose brutte che si possono infilare nella categoria “loop temporale” a cui evidentemente film come Primer non ha insegnato nulla.

I simili (2015) di Isaac Ezban: un film matto matto, anche per questo ripeto il commento precedente su recitazione/dialoghi. Però, oltre alla storia matta matta, ho apprezzato tono e colori della pellicola, è stato veramente un salto nel passato. Ad un certo punto ho creduto di rivedere i film di Teshigahara.

The Final Girls (2015) di Todd Strauss-Schulson: e fatevele quattro risate ogni tanto. Bella parodia del genere “horror ignorante” con alcune chicche a livello di inquadrature ed effetti speciali. Da gustare con i pop-corn e in compagnia.

p.s. sempre su Netflix qualche mese fa ero capitato anche su http://www.imdb.com/title/tt5710514/ e http://www.imdb.com/title/tt3850214/
Assai meritevoli 🙂

Recap 2015

Il post precedente narrava del 2014, anche se era datato i primi mesi del 2015. Ora provo a fare un recap, assai grossolano, del 2015.

Casa nuova

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Un pezzo di cucina.

Tra la primavera e l’estate del 2015 abbiamo sistemato la casa della nonna dell’Angela. Non noi direttamente, ma una serie di operai e artigiani assai competenti. Noi abbiamo solo tinteggiato e messo i battiscopa.

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Pareti.

Ora ci viviamo dentro, a Padova. C’è un comodissimo divano, non avrei mai pensato che sarei stato così legato al divano. Invece devo ammettere che è un pezzo importante della casa. Il divano, sì.

Colecistectomia

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Ho una app che fa didascalie in Comic Sans.

Siccome dovevo dimagrire rapidamente in vista dell’estate e del matrimonio, ho pensato di farmi asportare la colecisti, o cistifellea. In realtà stava per esplodere, a quanto mi dicono. Si tratta di un piccolo organo senza il quale sembra sia possibile vivere tranquillamente.

Lavoro

Non è facile mettersi a fare il freelance partendo da zero. Lo è ancora meno se non si hanno le idee chiare sul lavoro che si vuole fare. Ho impiegato mesi a capire che non potevo sopravvivere facendo i corsi di formazione che avrei voluto fare. Così mi sono ricordato che sono anche sviluppatore web. Quello paga molto meglio.

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Ho giocato un sacco a Ultimate.

Poi ho lavorato a dei centri estivi per bambini che vogliono giocare e imparare con la tecnologia. E da Ottobre 2015 continuo, circa, quel lavoro presso H-FARM. Un posto assai ganzo. Ad ogni modo di queste cose vorrei riuscire a parlare di là.

Matrimonio

Il 29 agosto mi sono sposato con Angela. È stata una giornata emozionante, di quelle che vorresti non finissero più. Non ho mai ringraziato tutte le persone che ci vogliono bene e ci hanno pensato quel giorno, che c’erano o che non c’erano. Quindi lo faccio adesso: grazie!

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Se quel giorno avete fatto foto, mandatecele!

Poi siamo andati in viaggio a Sicilia. Sole, mare, cibo, relax e altro cibo. Credo ci sia un albumsimpatia da qualche parte su Facebook.

Poi

C’è stata un’impennata di cose da fare, che abbiamo provato a segnare sulla lavagna in cucina.

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Alcune delle cose fatte a Dicembre.

Negli ultimi due mesi non siamo più riusciti ad aggiornarlo. Ma sono convinto le cose cambieranno tra poco 🙂

Recap 2014 e buoni propositi

Facciamo un riassunto del mio 2014, altrimenti finisce che me lo dimentico.

Saluti a Rovigo

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Il libro del progetto Habitat

Da settembre 2012 ho iniziato a vivere a Rovigo, per avvicinarmi al lavoro. Lavoravo a Comperio, una piccola ma tosta azienda che si occupa di servizi informatici per le biblioteche. A Rovigo mi sono divertito molto, ho conosciuto gente super in gamba e scoperto una città creativa e vitale. In culo chi dice che è noiosa, vi ci porto io a fare un giro se volete 😉

Intorno a marzo, un amico mi contatta per farmi una proposta indecente (sul serio, è l’oggetto della mail che mi ha mandato): partecipare a una startup.

La startup

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Dopo una corsa sotto la pioggia

Mollo il lavoro a Comperio e passo giugno e luglio sul divano di casa di Valerio, a Milano. La startup, TwoReads, si occupa sempre di libri ma non di biblioteche, prevalentemente di editori e lettori. Sono state settimane concitate, quelle in cui succedono talmente tante cose che ti fermi credendo sia passato un anno e invece è passata appena una settimana.

Ho imparato un sacco di cose sul famigerato mondo delle startup, cose belle e cose meno belle. Ma soprattutto ho imparato alcune cose su di me e sul lavoro indipendente. Cose che sto ancora metabolizzando dopo mesi e chissà se riuscirò ad uscirne.

Una parentesi tonda

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Bere birrette al baretto sulla collina

Ad Agosto sono andato a trovare l’Angela in Africa, per due settimane. Avrei voluto scrivere subito un post a riguardo. Ora mi sono dimenticato un sacco di cose.

È stato un viaggio fantastico, non solo perchè che-palle-stare-lontani-per-mesi-finalmente-rivedo-l’Angela, ma perchè non avevo aspettative particolari. Intendo dire che l’Africa era l’ultimo dei viaggi che credevo avrei fatto nel breve-medio periodo. La mia cultura personale riguardo l’Africa si limita a un mai-finito-di-leggereStoria delle guerre africane” che presi dopo aver letto una brochure della campagna Sbilanciamoci di Lunaria sul mercato delle armi. Per rimediare durante il viaggio mi sono finalmente letto lo straordinario “Armi, acciaio e malattie”, consigliatissimo.

Vabbè, ma parlando dell’Africa vorrei fare alcune considerazioni, a questo punto un po’ alla rinfusa:

  • continuavo a pensare “sbucano dalle fottute pareti”, ma considerata la scarsità di pareti non poteva essere così. Semplicemente c’erano un sacco di persone in strada. Ovunque, in qualsiasi momento del giorno. Sembrava che la maggior parte della vita avvenisse per la strada.
  • sono stato prevalentemente vicino a Iringa, grosso centro abitato in mezzo alla Tanzania, dove le case con più di un piano saranno al massimo una decina. Fuori da Iringa, dove si vedono anche case più o meno come le nostre, la costruzione media è fatta di terra ed è composta da una singola stanza che si usa per cucinare e dormire.
  • il safari è fico. Sul serio. Una gigantesca caccia al tesoro in jeep dove il gioco consiste nel trovare gli animali più difficili da vedere, solitamente i predatori. Mi sono divertito.
  • ho mangiato un po’ di tutto, friggono un sacco, quindi è tutto buono. Ah, e il sapore della frutta, pazzesco.
  • poi sono stato anche a Zanzibar, che è fico se dovete fare colpo sulla vostra ragazza tipo per chiederle di sposarvi (sì, l’ho fatto). Ma a parte questo è una piccola isoletta super turistica dove la maggior parte del tempo cercherete di difendervi da gente che cerca di incularvi per dritto e per rovescio. Ma sempre in maniera super elegante e cordiale (a parte uno che voleva proprio derubarci). No, non consiglio Zanzibar come meta di viaggi, sappiatelo.
  • se andate in Africa e siete bianchi allora siete dei “musungu”. Ovvero i locali hanno un po’ di aspettative da parte vostra, che vanno dalle caramelle al denaro. A seconda delle persone che incrocerete lo sguardo potrebbe variare da un “hey, ciao amico” a un “cazzo ci fai qui”. Però in qualsiasi caso verrete salutati. Il livello di cortesia è spaziale. Cortesia e formalità. All’Angela piace salutare la gente, quindi mi ha insegnato almeno 6 modi diversi per farlo e per proseguire una conversazione fatta di nulla, incentrata prevalentemente sul fatto che va tutto bene, grazie. Ma con diversi botta e risposta.
  • ho visto la vita che può fare un “espatriato” in Africa ed è dannatamente lussuosa. È stato solo un assaggio, ma ho notato che potenzialmente uno è perfettamente in grado di ignorare la società locale e vivere all’interno di un ecosistema da “espatriato”.

Tralasciando il fatto che è un continente dannatamente gigantesco, e io ne ho visto un pezzetto piccolissimo, sì ci tornerei, è stato una figata. Non saprei dire per la pallacanestro, le dimensioni del pene e il ritmo nel sangue, ma secondo me, il luogo comune riguardo lo stile di vita più placido è vero, si fa tendenzialmente una sola cosa al giorno.

Una parentesi quadrata

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La slide iniziale di una presentazione

Da febbraio ho aperto a Padova un CoderDojo, un club aperto a bambini dai 7 ai 12 anni dove imparano a programmare e usare varie diavolerie tecnologiche (come Arduino o stampanti 3D). La cosa è nata in Irlanda nel 2011 e ne sono stati aperti a bizzeffe negli ultimi anni. Non vi annoio con tutti i concetti didattici e pedagogici che stanno dietro al “pensiero computazionale” e come ce ne occupiamo al coderdojo, la cosa più importante è che mi diverto un mondo e sono il primo a imparare un mondo di cose.

Siamo stati alla MakerFaire di Roma, al MIUR e alla Camera, ho conosciuto un sacco di persone appassionate sparse in tutta Italia. Sì, è decisamente fantastico.

Ciao Treviso

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3 (°-°)

Dal primo Gennaio 2015 mi sono trasferito a Treviso con Angela. Lei deve stare qui 6 mesi e così, siccome ci siamo anche un po’ stufati di stare lontani, sono venuto a fare il suo coinquilino.

Ora siamo qui da alcune settimane e non ho molto da dire sulla città, carina, un po’ borghese, intima, devo ancora esplorarla per bene. Non ho l’internet e sono diventato assiduo frequentatore della biblioteca, che mi da l’internet e i DVD gratis. Anche a Milano usavo parecchio le biblioteche e la libreria Open, prima di scoprire che avevamo una scrivania al PoliHUB. Comunque qui a Treviso non c’è uno spazio di coworking quindi l’unica soluzione è la biblioteca.

Torno circa ogni settimana a Padova, spesso per andare al Talent Lab che è un posto fico e… guardatevi il sito insomma.

Buoni propositi per il 2015

Da alcuni mesi ho salutato la startup e voglio provare a fare dell’educazione digitale, o come diavolo la vogliamo chiamare, una professione. Non so ancora bene come andrà a finire, intanto provo a far partire dei corsi per grandi e piccini. Vi tengo aggiornati.

Ah, e chi vuole si tenga libero il 29 agosto, che io e l’Angela ci sposiamo.