Anonimo aperiodico di informazione veneziana #7

Come promesso, dopo a più di un anno di distanza ecco i video della prima festa del baratto a cui siamo andati. A Colle Umberto. Nel settembre 2007.
La progressione numerica dei video è diversa dalla progressione numerica dei post 😉
P.S. la aggiungo come nota anche se non interesserà a nessuno. Scusate per la pessima qualità degli ultimi 2 video, ma devo ancora settare bene il pc di mio fratello (sigh) e montare ste due cose è stato un parto…

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i due principi

Nessuno sa da quanto tempo erano fermi così. Stavano immobili uno di fronte all’altro, nella stessa posizione, seduti ad un tavolo di vetro, con un braccio dietro la schiena e l’altro disteso sul tavolo, a stringere un coltello ben affilato. Erano vestiti come due splendidi principi delle fiabe, ma più che i fronzoli degli abiti ricamati, risaltavano i loro lunghi mantelli di velluto, uno rosso e l’altro blu, l’unica cosa che li distingueva.
Nessuno osava avvicinarsi, così nessuno poteva notare se quelle ombre grige erano strati di polvere o l’atmosfera che li avvolgeva. Questa era in qualche modo pesante, tesa, i due si fissavano con uno sguardo intenso, concentrato pienamente negli occhi dell’altro. Nessuno era in grado di affermare con certezza che i due avessero sbattuto le palpebre o si fossero distratti anche solo per un istante, nessuno metteva in dubbio che tra i due ci fosse un rapporto conflittuale. Intanto doveva esserci un valido motivo per trovarsi in quella situazione, i due dovevano per forza essere in relazione, era però impossibile fare altre congetture visto che il braccio dietro la schiena era coperto dal pesante mantello di velluto. Soprattutto i due sembravano solidamente immobili, più che per scelta, per impossibilità a fare altro. Si poteva certamente definire una presa di posizione, ma raggiunta a seguito di assestamenti involontari o almeno inconsapevoli. L’impressione era che i due fossero talmente concentrati sull’attuale situazione da impedirne qualsiasi cambiamento. Gli sguardi di entrambi, ma potremmo osservarne solo uno per capire anche quello dell’altro, erano vivi, lucidi, ossessionati, riflettevano la sagoma di fronte come uno specchio.
Io non capisco cosa ci facevo con un coltello in mano, nè tantomeno cosa mi trattenesse in quella situazione di empasse, per cui non riuscivo a fare a meno di osservarli, sebbene da una certa distanza. Stavo lì e non potevo fare a meno di farmi certe domande sulla loro situazione, senza minimamente pensare alla mia. Dev’essere successo ad un certo punto, un crac del tavolo, una goccia di sudore sulla lama, della polvere negli occhi, non lo so, non ricordo, ma per un qualche motivo la situazione mutò, all’improvviso, veloce come lo sbattere d’ali di un uccello, come la goccia che entra in acqua e scompare, così i due balzarono sul tavolo e cacciarono l’urlo più potente e profondo che mai mi capitò di sentire in vita. Di quel che successe dopo non ho memoria.

"…con le pinne, fucile ed occhiali…"

Scrivo nella speranza che non stacchino la corrente all’improvviso.
Acqua alta eccezionale, la massima viene rilevata a 156 cm, intorno alle 11.
La ciliegina sulla torta per “un inizio dicembre strepitoso”, secondo il mio oroscopo.
Come tutti i lunedì da qualche mese a questa parte, mi sveglio intorno alle 6.20 per andare a prendere il treno delle 7.21. Peccato che oggi fosse giornata abbonamento, che vuol dire, se uno non si organizza prima, perdere quei 30” in più in edicola, e di conseguenza il treno, oggi un vero e proprio prodigio di tecnologia futuristica, quindi senza maniglie esterne delle porte a cui aggrapparsi. Ho fatto appena in tempo a toccarlo e gridare “1,2,3 per me”.
“Poco male…”, penso dopo solo 10 minuti, dopo aver smaltito una sequela di imprecazioni contro la muraglia umana che smonta da quel treno a padova e che mi ha annegato sulle scale verso la banchina impedendomi di prendere il treno, “poco male, prendo quello delle 7.33, o quello delle 7.38 e così via”.
Non mi dilungo troppo narrandovi di come i 2 treni accumularono in 5 minuti, circa 30 minuti di ritardo, forse a seguito di esperimenti futuristici condotti da trenitalia nel campo dell’astrofisica. Arrivate le 8, arriva il treno delle 7.55 (che invece quei 5 minuti di riatrdo se li è gestiti meglio), tutti si sale, tutti si sta belli pigiati in treno, tutti si spera di non vedere gli altri 2 treni ritardatari superarci, tutti si guarda fuori dal finestrino mentre i 2 treni delle 7.33 e delle 7.38 ci raggiungono, ci affiancano e ci superano.
Un gaudio generale.
Smorzato soltanto da voci maligne che profetizzavano una giornata di acqua alta incredibile. Di fronte a me un gruppo di matricole esuberanti, dapprima preoccupate per il disagio, si trasforma, al passaggio sul ponte della libertà, in un branco di turisti svizzeri per la prima volta a venezia, mischiando la gioia per la vista insolita alla decisione di tornarsene a casa a giocare ai videogiochi.
Il sottoscritto, in ritardo di mezz’ora sull’orario di lavoro, sorride al pensiero dell’acqua alta “ah…sciocchi…io sì che ne ho viste di acque alte…eppoi sono preparato, lo sapevo. Ho con me 2 sacchi neri dell’immondizia”.
Ok, lo ammetto, non ci credevo nemmeno io, ma dovevo fare il bullo con una bella ragazza seduta davanti a me, in altre situazioni avrei pianto come un pulcino di fronte a una frittata.
Per metà del tragitto tutto bene, i sacchetti mi proteggono dall’acqua al polpaccio fuori dalla stazione e in altre situazioni, rigorosamente senza passerelle. Arrivati sulle fondamenta, all’altezza del bar parlamento, noto con piacere che da lì in poi (circa 300m, con in mezzo 2 ponti) l’acqua arriva al ginocchio (in alcuni punti anche sopra). Gagliardo come sempre inizio la traversata pregando che i sacchetti non si rompano e sognando di usare qualche amministratore delegato di trenitalia come canotto.
Succede all’improvviso.
Umido, umido nella scarpa sinistra, prime sensazioni di freddo, all’improvviso, non so come gestirla, nessuna calle asciutta in vista, faccio finta di niente e proseguo, il buco dev’essere piccolo, l’infiltrazione non è eccessiva, ma ormai ho la scarpa e il calzino zuppi, scarpa destra, anche lì, a poco a poco sento un rivolo d’acqua, sposto enormi masse d’acqua, agitato non sento le imprecazioni di un vecchio con gli stivali al ginocchio, fottuto dalle onde che causo ad ogni passo, anche la destra è andata, cazzo!, una calle, mi fiondo, o cerco di fiondarmi, ora capisco meglio alcune scene di matrix, le avranno girate in acqua, perchè la mia rapidità è compromessa da litri e litri di acqua e oggetti galleggianti.
Fatta!
I bastardi sono due forellini sul fondo, i sacchi hanno retto bene e le perdite sono irrilevanti, due scarpe asciugabili e le braghe bagnate fino alla caviglia, posso ritenermi fortunato.
Arrivo in fondo a 150 metri di calle per scoprire che è senza uscita, torno indietro, so già che l’acqua continuerà a salire nelle prossime 2 ore. Soluzione drastica, via scarpe e calzini, legati allo zaino, braghe tirate su fino al ginocchio, e di nuovo dentro i sacchi neri. Ragazzi, l’acqua è veramente fredda! Non fa tanto la sensazione di bagnato, o la visione di barattoli degli anni ’50 che passano tra le gambe, ma il freddo glaciale che sento. Pausa primo ponte. Freddo glaciale. Pausa secondo ponte.
Qui, come pochi anni fa in una situazione simile, la visione. Mi appare un veneziano doc che mi dispensa dialettalmente consigli di vita, bestemmie e suggerimenti per la mia crescita spirituale. Su sua indicazione devio per una calle asciutta fino all’entrata posteriore del posto dove lavoro. A piedi nudi per venezia, oramai, chissenefrega.
Il luogo è semi-deserto, ma tra i capannelli di gente, gli ultimi arrivati sono accolti come eroi. La mattinata riprende come al solito. L’ufficio ha raggiunto come previsto un clima equatoriale, perfetto per asciugare scarpe, calzini e vestiti. Mi lavo per bene, infilo i calzini di riserva e passo un’oretta così.
Ovviamente non è finita, ma siccome penso di avervi tediato abbastanza vi risparmio il resto delle situazioni esilaranti, cioè di come sono rimasto bloccato per mezz’ora in un’ala del dipartimento separata dal resto tramite porta inapribile+acqua, nè di come abbia saccheggiato i ditributori automatici all’annuncio di un possibile black-out. ah ah ah
L’acqua ha smesso di salire, pasteggio con succo, patatine e caramelle e continuo a sperare nell’arrivo del canotto di trenitalia.

P.S. affascinante il barchino che si infila nella calle sotto il mio ufficio, normalmente separata dal canale da una dozzina di metri di marciapiede.

“…con le pinne, fucile ed occhiali…”

Scrivo nella speranza che non stacchino la corrente all’improvviso.
Acqua alta eccezionale, la massima viene rilevata a 156 cm, intorno alle 11.
La ciliegina sulla torta per “un inizio dicembre strepitoso”, secondo il mio oroscopo.
Come tutti i lunedì da qualche mese a questa parte, mi sveglio intorno alle 6.20 per andare a prendere il treno delle 7.21. Peccato che oggi fosse giornata abbonamento, che vuol dire, se uno non si organizza prima, perdere quei 30” in più in edicola, e di conseguenza il treno, oggi un vero e proprio prodigio di tecnologia futuristica, quindi senza maniglie esterne delle porte a cui aggrapparsi. Ho fatto appena in tempo a toccarlo e gridare “1,2,3 per me”.
“Poco male…”, penso dopo solo 10 minuti, dopo aver smaltito una sequela di imprecazioni contro la muraglia umana che smonta da quel treno a padova e che mi ha annegato sulle scale verso la banchina impedendomi di prendere il treno, “poco male, prendo quello delle 7.33, o quello delle 7.38 e così via”.
Non mi dilungo troppo narrandovi di come i 2 treni accumularono in 5 minuti, circa 30 minuti di ritardo, forse a seguito di esperimenti futuristici condotti da trenitalia nel campo dell’astrofisica. Arrivate le 8, arriva il treno delle 7.55 (che invece quei 5 minuti di riatrdo se li è gestiti meglio), tutti si sale, tutti si sta belli pigiati in treno, tutti si spera di non vedere gli altri 2 treni ritardatari superarci, tutti si guarda fuori dal finestrino mentre i 2 treni delle 7.33 e delle 7.38 ci raggiungono, ci affiancano e ci superano.
Un gaudio generale.
Smorzato soltanto da voci maligne che profetizzavano una giornata di acqua alta incredibile. Di fronte a me un gruppo di matricole esuberanti, dapprima preoccupate per il disagio, si trasforma, al passaggio sul ponte della libertà, in un branco di turisti svizzeri per la prima volta a venezia, mischiando la gioia per la vista insolita alla decisione di tornarsene a casa a giocare ai videogiochi.
Il sottoscritto, in ritardo di mezz’ora sull’orario di lavoro, sorride al pensiero dell’acqua alta “ah…sciocchi…io sì che ne ho viste di acque alte…eppoi sono preparato, lo sapevo. Ho con me 2 sacchi neri dell’immondizia”.
Ok, lo ammetto, non ci credevo nemmeno io, ma dovevo fare il bullo con una bella ragazza seduta davanti a me, in altre situazioni avrei pianto come un pulcino di fronte a una frittata.
Per metà del tragitto tutto bene, i sacchetti mi proteggono dall’acqua al polpaccio fuori dalla stazione e in altre situazioni, rigorosamente senza passerelle. Arrivati sulle fondamenta, all’altezza del bar parlamento, noto con piacere che da lì in poi (circa 300m, con in mezzo 2 ponti) l’acqua arriva al ginocchio (in alcuni punti anche sopra). Gagliardo come sempre inizio la traversata pregando che i sacchetti non si rompano e sognando di usare qualche amministratore delegato di trenitalia come canotto.
Succede all’improvviso.
Umido, umido nella scarpa sinistra, prime sensazioni di freddo, all’improvviso, non so come gestirla, nessuna calle asciutta in vista, faccio finta di niente e proseguo, il buco dev’essere piccolo, l’infiltrazione non è eccessiva, ma ormai ho la scarpa e il calzino zuppi, scarpa destra, anche lì, a poco a poco sento un rivolo d’acqua, sposto enormi masse d’acqua, agitato non sento le imprecazioni di un vecchio con gli stivali al ginocchio, fottuto dalle onde che causo ad ogni passo, anche la destra è andata, cazzo!, una calle, mi fiondo, o cerco di fiondarmi, ora capisco meglio alcune scene di matrix, le avranno girate in acqua, perchè la mia rapidità è compromessa da litri e litri di acqua e oggetti galleggianti.
Fatta!
I bastardi sono due forellini sul fondo, i sacchi hanno retto bene e le perdite sono irrilevanti, due scarpe asciugabili e le braghe bagnate fino alla caviglia, posso ritenermi fortunato.
Arrivo in fondo a 150 metri di calle per scoprire che è senza uscita, torno indietro, so già che l’acqua continuerà a salire nelle prossime 2 ore. Soluzione drastica, via scarpe e calzini, legati allo zaino, braghe tirate su fino al ginocchio, e di nuovo dentro i sacchi neri. Ragazzi, l’acqua è veramente fredda! Non fa tanto la sensazione di bagnato, o la visione di barattoli degli anni ’50 che passano tra le gambe, ma il freddo glaciale che sento. Pausa primo ponte. Freddo glaciale. Pausa secondo ponte.
Qui, come pochi anni fa in una situazione simile, la visione. Mi appare un veneziano doc che mi dispensa dialettalmente consigli di vita, bestemmie e suggerimenti per la mia crescita spirituale. Su sua indicazione devio per una calle asciutta fino all’entrata posteriore del posto dove lavoro. A piedi nudi per venezia, oramai, chissenefrega.
Il luogo è semi-deserto, ma tra i capannelli di gente, gli ultimi arrivati sono accolti come eroi. La mattinata riprende come al solito. L’ufficio ha raggiunto come previsto un clima equatoriale, perfetto per asciugare scarpe, calzini e vestiti. Mi lavo per bene, infilo i calzini di riserva e passo un’oretta così.
Ovviamente non è finita, ma siccome penso di avervi tediato abbastanza vi risparmio il resto delle situazioni esilaranti, cioè di come sono rimasto bloccato per mezz’ora in un’ala del dipartimento separata dal resto tramite porta inapribile+acqua, nè di come abbia saccheggiato i ditributori automatici all’annuncio di un possibile black-out. ah ah ah
L’acqua ha smesso di salire, pasteggio con succo, patatine e caramelle e continuo a sperare nell’arrivo del canotto di trenitalia.

P.S. affascinante il barchino che si infila nella calle sotto il mio ufficio, normalmente separata dal canale da una dozzina di metri di marciapiede.