l’ultima notte

Lei sa che il giovedì va così. E’ inutile che faccia quegli occhi, ormai è troppo tempo che va avanti e io credevo che non fosse più in grado di guardarmi con quegli occhi. Invece continua, cazzo, ed è peggio, e lo sa, inutile che si nasconda, lo sa che è peggio. Quel dannato sguardo che le dico sempre di non fare, non guardarmi con quegli occhi merda! Ti fai male da sola, è peggio per te! Ma è inutile parlare, urlare, capisce solo il mio corpo, il mio affanno sul suo, capisce solo le sberle e i calci che riesce a prendere, come le bestie. Quello sguardo gliel’avevo levato, gli occhi di chi ti chiede perché, vuole spiegazioni, e se stai fermo a fissarli troppo a lungo vieni bruciato dalla rabbia che aspetta in fondo all’anima, l’odio che sta dietro alle domande, l’odio che non vuole spiegazioni. E allora picchia più forte, fai capire chi comanda. E lo aveva capito, anni fa lo aveva capito, che il giovedì va così. Mica tutti i giorni, non siamo animali, solo il giovedì. La sera quando torno da lavoro, sa che deve prepararsi a prenderle.
Perché la amo, lo sa che la amo, e allora niente colpi in faccia, niente che possa lasciare segni evidenti sul suo corpo, ma figuriamoci se questa ingrata se ne accorge, se anche solo lontanamente si immagina quanto riesco ad amarla.
Ma come mai oggi ancora quello sguardo, cosa ti è successo? Perché mi guardi così? Smettila! Smettila! E se non ascolti me, ascolta la suola delle mie scarpe! Non puoi fare così se vuoi che io continui ad amarti, te l’ho già spiegato, la vita di coppia è fatta di compromessi e l’unica cosa che chiedo è che tu non mi guardi in quel modo.
Non è difficile, invece di alzare lo sguardo, continua a fissare il pavimento, il tappeto, pensa alle macchie di sangue che dovrai tirare via dal copriletto. Cristo, devo tirarti una sberla? Prenderti per i capelli e iniziare a menare anche la faccia? Smettila! Ti ho detto di smetterla! Te li cavo quegli occhi ingrati!
Cosa credi? Anche per me adesso è difficile parlare, perché vorrei smetterla di pensare, invece mi costringi ad avere in testa i tuoi occhi, e sono costretto ad infilare le parole tra un calcio e l’altro, affannosamente, per dirti “Cosa! E’! Successo? Togliti! Quegli! Occhi! Di! Dosso! Cazzo!”. Ti ostini in questo mutismo, un silenzio duro che mi costringe a colpire più forte. Una volta era diverso, mi dava soddisfazione sentirti gridare, chiamare aiuto mentre ti trascinavi lungo il corridoio, mi faceva sentire il giusto padrone di questa casa; una volta era diverso, ti saresti rialzata, saresti andata a sistemarti in bagno o in cucina, e anche stanotte avremmo dormito insieme.
Invece adesso stai lì per terra, immobile; troppo stanco per continuare, devo sedermi, e magari parlarti e spiegarti che tutto ciò è necessario, che devi capire quanto ti amo e ti ho sempre protetta, anche se oggi non è giovedì, ma sabato, e mi sono sbagliato, di nuovo, ma non posso chiederti scusa perché sono fatto così, e ci amiamo, lo so che ci amiamo, e anche stanotte dormiremo insieme, alzati, su, non stare lì per terra che ti sporchi tutta.
Ti ho sollevata e ti ho portata a letto, ti ho spogliata delicatamente e mi sono sdraiato accanto a te, come ogni notte. Non so quanto tempo è passato prima che calmassi il respiro, ho provato a parlarti di nuovo ma ti sentivo così distante. Ti ho accarezzato lungo i fianchi, teneramente, fino alla spalla, tendendo l’orecchio per sentirti piangere. Invece niente.
Mi sono accorto che non c’eri più intorno alle 3, con la mano appoggiata ancora alla tua spalla, lo sguardo fisso dove i capelli ti coprivano l’orecchio, per questo so esattamente che ora era, perché subito oltre lampeggiavano nel buio i numeri rossi della tua sveglia, sul comodino, e per quanto tempo sono rimasto così non me lo ricordo.
Ma la cosa che non riuscirò mai a cancellare dalla memoria è quello che ho visto dopo, quando senza staccare la mano dalla spalla ti ho voltata verso di me. Avevi ancora gli occhi aperti, lo sguardo fisso, le pupille, diventate due spilli, continuavano a osservarmi piene di domande. E tutto l’odio che c’era sul fondo era esploso e aveva invaso il tuo corpo, sempre più rigido, sempre più duro. Stringevo la spalla sempre più forte, come se quell’odio stesse contagiando anche me, e intanto ho capito quello che non riuscivi a dirmi, ho capito che aspettavi questo momento da tutta la vita.
In fondo ai tuoi occhi c’era odio, è vero, ma questo era solo la mia figura sopra al tuo corpo. Quell’ombra scura ero io, e questa consapevolezza mi ha riempito di terrore. Il terrore che ho provato quella notte, l’ultima notte che dormimmo insieme.

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Lo scorso autunno ho partecipato ad un concorso di narrativa indetto dal Comitato pari opportunità di Ca’ Foscari. Tema: violenza sulle donne. Partecipazione gratuita. Premio in denaro. Titolo del racconto: “l’ultima notte”.
Il racconto l’ho scritto soprattutto durante le ore di lavoro, molto presto, tra le 8.30 e le 10 di mattina, in ufficio. Il titolo l’ho tirato fuori prima di mandare il testo via mail. Insomma, devo ammettere che la cosa mi ha coinvolto relativamente, ma è stato bello e istruttivo confrontarsi con una scrittura “su commissione”, non strettamente personale.
Anche Laura ha partecipato al concorso (potresti postare anche il tuo racconto, no?).
Ah….nessuno di noi due ha vinto…..

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Un pensiero su “l’ultima notte

  1. Giulio puoi postare tutto quello che vuoi, però mi baso su di te perchè non so che fine abbia fatto il mio file (tu l’hai ancora da qualche parte?). Puoi anche postare i video di matte che fa la bodyguard come esplicativi della violenza sulle donne!
    Buone fine settimana e immagino buona risikata a Ca’ Gardin!

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